Quanto è duro fare sindacato negli Usa… Stessa cosa in Italia?

“Vuoi tu favorire la costituzione di una rappresentanza sindacale interna al fine di migliorare le condizioni di lavoro?”

Potrebbe essere riassunto così il quesito referendario sottoposto ai circa seimila  dipendenti del magazzino di distribuzione di Amazon a Bessemer, in Alabama, dal “Retail, Wholesale and Department Store Union”, che ha fatto registrare la schiacciante vittoria dei no e, di conseguenza, la mancata formale attribuzione dell’incarico di delegati dei lavoratori – l’equivalente delle nostre rsu – nei reparti del colosso americano dell’e-commerce.

Siamo probabilmente solo al primo round di una vicenda che già si prospetta infuocata. Il sindacato promotore, uscito sonoramente sconfitto, ha già preannunciato di presentare ricorso avverso l’esito del referendum perché sostiene, tra le altre argomentazioni addotte, che l’azienda si è resa autrice di comportamenti impeditivi della volontà autentica del personale avente diritto al voto.

È proprio il caso di dire: ognuno ha l’articolo 28 (repressione della condotta antisindacale) che si merita.

Ma da noi cosa sarebbe successo? Se provassimo a sottoporre direttamente ai lavoratori di ogni singola realtà produttiva lo stesso referendum avanzato ai colleghi statunitensi, al di là della presenza o meno del sindacato garantita dalle norme specifiche dello Statuto dei Lavoratori, degli accordi interconfederali, dei contratti collettivi nazionali e aziendali, quale sarebbe il risultato?  

Ferma restando la difficile comparazione tra due sistemi di rappresentanza dei lavoratori che non possono non risentire nella loro essenza del diverso background storico, economico e sociale, non v’è dubbio che nel nostro paese il sindacato costituisca un interlocutore da cui non si possa prescindere, anche soltanto dal punto di vista consultivo, ed eserciti un ruolo di “lobby” spesso determinante nell’assunzione di decisioni di rilevanza nazionale.

Senza risalire troppo indietro nel tempo, si pensi, a mo’ di esempio, al triplice differimento del blocco dei licenziamenti, fissato da ultimo al prossimo 30 giugno, in conseguenza della emergenza sanitaria.

Tra Stati Uniti e Italia – estendendo l’ambito territoriale, Europa, soprattutto quella occidentale – l’organizzazione sindacale svolge un ruolo sostanzialmente diverso come ambito di intervento della propria “longa manus”.

Mentre nel vecchio continente i sindacati sottoscrivono accordi collettivi di lavoro che si applicano anche ad intere categorie, al di là dell’oceano la contrattazione si esplica in prevalenza a livello di singola azienda, con i dipendenti che hanno la facoltà di decidere se dar vita o meno a una forma di rappresentanza dei lavoratori. Ciò costituisce una delle ragioni principali per cui nello stato a stelle e strisce i diritti, le rivendicazioni e le condizioni di lavoro possono mutare da un’azienda a un’altra, spesso da uno stabilimento all’altro della stessa azienda, e perché in molte aziende non esiste rappresentanza sindacale.

Facile, quindi, intuire la dirompenza che una vittoria del sì avrebbe provocato per Amazon e per tutte le grandi realtà americane del settore tecnologico. Aperto il primo fronte in una realtà imprenditoriale dal nome altisonante e di rilevanza globale, si sarebbe infatti determinato un effetto a catena in grado di scombussolare gli equilibri relazionali in una bilancia in cui il piatto, e di gran lunga, più pesante è sempre stato quello del datore di lavoro.

Tra sindacato statunitense e sindacato italiano c’è, purtroppo per loro, perfetta sintonia per un unico e incontrovertibile dato: il progressivo decremento degli iscritti, che nella federazione americana fa registrare addirittura una percentuale inferiore alla doppia cifra nel settore privato (6,4%), mentre si è passati impietosamente dal 60% complessivo degli anni cinquanta al 10% attuale.

In Italia la situazione in proporzione agli abitanti è senza dubbio migliore, anche se si accettano scommesse sulla corretta modalità da individuare per ottenere il dato più vicino alla realtà tra quelli forniti dalle stesse organizzazioni sindacali (in assoluto i più “ballerini”), dall’Inps e dalla commissione europea nelle sue periodiche rilevazioni, che nel 2015 indicava un tasso di rappresentatività generale intorno al 37%.

Se proviamo poi a scendere più nel dettaglio, fa riflettere il dato relativo alla composizione degli iscritti, con la metà costituita da lavoratori non più attivi ma in pensione, mentre all’estremo opposto risulta davvero irrisoria la percentuale dei giovani che sembrano credere nell’importanza o nella necessità di affidare al sindacato il compito di farsi latore e strenuo difensore delle proprie istanze.

Proprio questa è la vera sfida che devono affrontare le organizzazioni sindacali, chiamate soprattutto a ridefinire nel profondo la propria ragion d’essere e ad abbandonare il radicato e ormai non più strategico atteggiamento di strenuo difensore dei posti di lavoro, per approdare a un nuovo ruolo che ponga al centro della loro missione la persona e lo sviluppo delle sue competenze, per consentire il costante accrescimento del suo peso specifico e della sua spendibilità sul mercato del lavoro a medio-lungo periodo.