Il lavoro che manca: l’Istat consegna numeri sempre più impietosi

Poche settimane fa, precisamente il 10 febbraio 2021, proprio da queste pagine avevamo suggerito all’ancora “nominando” Ministro del Lavoro – poi di lì a poco designato dal premier Mario Draghi nella persona di Andrea Orlando, un politico, non un tecnico – qualche punto con il quale corredare la sua fittissima agenda di potenziali interventi, avendo come riferimento imprescindibile il livello di disoccupazione raggiunto.

A scorrere gli ultimi dati rilasciati dall’Istat, la situazione rispetto allo stesso mese dello scorso anno, quando la pandemia cominciava appena ad affacciarsi nella sua drammatica criticità, evidenzia un numero che per poco non sfiora il milione: 945mila persone senza lavoro.

Sarà pure “colpa” della metodologia di rilevazione del nuovo regolamento Eurostat, approvato nel 2019, che ora considera come non occupati anche i cassintegrati da tre mesi (pur se formalmente restano dipendenti, anche se lo spettro, finito il relativo sussidio, che possano non esserlo più è molto forte) e i lavoratori autonomi senza attività per lo stesso periodo. La fotografia che emerge è, però, quella di un paese sostanzialmente fermo.

Un barlume di speranza può essere individuato nel seppur impercettibile incremento della percentuale degli occupati tra gennaio e febbraio dell’anno in corso. Ma fatte le debite proporzioni e avuto riguardo alle diverse fattispecie, è un po’ la stessa lettura che all’epoca del sistema proporzionale i partiti avanzavano per giustificare un comunque minimo aumento rispetto a una elezione anche molto risalente nel tempo e non paragonabile per bacino di popolazione votante.

Purtroppo le statistiche continuano ad essere impietose nei confronti delle donne e dei giovani, le due categorie maggiormente impattate dagli effetti nefasti del Covid-19. C’è una generazione, quella tra i 15 e i 34 anni, che rischia seriamente di perdersi, e con loro gran parte dell’avvenire del nostro paese. E diventa altresì sempre più corposa la fetta dei cosiddetti “scoraggiati”. Quelli, cioè, che un lavoro non lo cercano neanche più, arrivati a quota 717mila.

Non sappiamo quanto di ciò che si sta annunciando rimarrà nell’alveo dei proclami o verrà effettivamente tradotto in realtà. Non lascia però indifferenti quel tentativo di rimettere mano a un mondo spesso accartocciato su se stesso e considerato il coacervo di ogni privilegio e inefficienza, quale quello della Pubblica Amministrazione. Almeno una idea di futuro la si intravede. Poi magari non si concretizzerà perché dovrà fare i conti con le “dinamiche conservatrici” delle quali storicamente si è caratterizzato. Ma tant’è.

Nel mondo imprenditoriale, invece, e certamente non per mancanza di volontà delle aziende, si resta ancora fermi alle soluzioni “tampone”, ai divieti e alle iniziative di limitato respiro e di ridotto cabotaggio. L’Italia che produce di tutto ha bisogno in questo periodo, tranne che limitarsi alla gestione di un indotto e miope carpe diem e non invece contemplare una “visione” di come vorremmo essere una volta usciti dal guado. Intanto la tensione sociale sale…

È pur vero che la madre di tutte le priorità resta la questione della somministrazione dei vaccini, senza la cui positiva risoluzione non v’è domani che tenga.

Ma la spina dorsale dell’economia del nostro paese è costituita dalle imprese, soprattutto da quelle piccole e medie, molte delle quali sono state già costrette a chiudere e tante altre vorrebbero riconvertire la propria attività, se solo vi fosse un sistema di politiche attive in grado di sostenere questi sforzi, non solo dal punto di vista economico, ma anche rispetto alla creazione di nuove opportunità.

Probabilmente è giunto il tempo nel quale la contrattazione collettiva dovrà sostenere un ruolo ancora più importante e spostarsi sempre di più verso il secondo livello, perchè è solo in questo contesto, ove davvero viene generato il valore da parte delle imprese, che potranno scaturire ricadute positive in termini di efficienza e produttività.

Tutt’altro che trascurabile, infine, l’ipotesi di una definitiva affermazione della contrattazione decentrata o territoriale. In questo caso associazioni datoriali e sindacali potrebbero svolgere e consolidare quel ruolo di garanzia dell’uguaglianza del modello contrattuale per le aziende ubicate sullo stesso territorio che generano produttività, conoscenza e valore, perseguendo, al tempo stesso, un rilevante obiettivo di giustizia sociale.

Si tratta, in sostanza, quasi di una nuova geografia del mercato del lavoro.