Un figlio si ama, sempre

“Gross Public Indecency”: questo l’illecito penale per cui Oscar Wilde fu condannato a due anni di lavori forzati. Era l’epoca vittoriana e l’omosessualità costituiva un reato.

Roba di due secoli fa… o forse no?

Sta rimbalzando su tutti i media la storia della ventiduenne M, che per aver comunicato alla propria famiglia di essersi innamorata e fidanzata con una ragazza, è stata cacciata di casa – senza neppur poter recuperare i suoi effetti personali – e insultata in modo feroce. Si è vista recapitare dai familiari messaggi whatsup, che fanno accapponare la pelle: “fai schifo”, “sei la vergogna della famiglia”, “ti taglio la gola”, “tu hai un tumore”, oltre a varie altre offese gratuite, piene di rabbia.

Eppure M appare una ragazza a modo, equilibrata, pacata, semplice, che dice: “non ho tolto nulla a nessuno, non ho fatto mancare nulla a nessuno, non ho mancato di rispetto a nessuno”.

Addirittura quando ha provato a rientrare in casa accompagnata dai carabinieri (perché i genitori avevano cambiato la serratura), la madre ha risposto ai militari: “non conosco questa ragazza” e le ha impedito di entrare.

… e se capitasse a me?

Quando mettiamo al mondo un figlio, ci auguriamo per lui la vita più bella e credo che mai nei disegni dei nostri sogni lo immaginiamo omosessuale perché lo avvertiremmo come una nota stonata e ci autogiustifichiamo dicendo: “lo aspetterebbe una vita non facile, con le difficoltà di accettarsi e farsi accettare,…”.

Ma noi quanto davvero saremmo disposti a tendergli la mano? Quanto saremmo delusi o irrigiditi?

Eppure i figli si mettono al mondo per amore e l’amore è far spazio all’altro per quello che è con tutti i suoi talenti e le sue virtù, ma anche con i limiti e le debolezze e le caratteristiche che non avremmo auspicato.

Un figlio può fare scelte che non approviamo, avere gusti che non condividiamo, ma lo si accoglie, lo si cura, lo si sostiene sempre. Posso confrontarmi con lui, posso anche discutere, ma il voler bene non può venire mai meno.

Lo scrivo in primo luogo a me stesso per ricordarmene quando mio figlio sarà più grande e comincerà a scegliere con la sua testa, magari semplicemente vestiti o amici o passatempi che non mi piacciono: dovrò esser pronto nella verità a dire ciò che sento, mentre lo abbraccio e gli ripeto che suo papà gli vuole bene.

I vostri figli non sono figli vostri…

sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.

Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.

Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.

Potete dal loro il vostro amore, ma non le vostre idee.

Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima,

perché la loro anima abita la casa dell’avvenire

che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di tenere il loro passo,

ma non pretendere di renderli simili a voi,

perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.

Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.

L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito

e vi tiene tesi con tutto il suo vigore

affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.

Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere,

poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.

(Khalil Gibran)