In arrivo una “dieta” per le Big Tech?
Che ci sia fermento negli Stati Uniti, e non solo per un deciso incremento degli indicatori di crescita e delle previsioni di rilancio per i prossimi mesi – oltre che, purtroppo, per una recrudescenza di episodi di razzismo – è ormai un dato di fatto.
E se al centro dell’attenzione nei giorni scorsi si era prepotentemente stagliato il tentativo da parte del sindacato, per ora andato a vuoto, di costituire una propria rappresentanza all’interno del magazzino di distribuzione di Amazon a Bessemer, in Alabama, questa volta il colosso americano dell’e-commerce potrebbe essere destinatario, al pari di tutti i principali giganti della tecnologia, come Apple, Facebook, Google e Microsoft, di un processo di ridimensionamento.
Dapprima è stato un senatore repubblicano a conquistare la scena, promuovendo un’iniziativa legislativa con la quale si vieterebbe di fatto alle società con una capitalizzazione di mercato superiore a 100 miliardi di dollari di effettuare operazioni di fusione o di acquisizione e, nello specifico, di estendere le proprie mire nei confronti di aziende appartenenti allo stesso settore di mercato o di imprese concorrenti.
Ancora più dirompente il successivo rapporto approvato dalla Camera che sancisce, in un certo senso, la necessità di porre al più presto rimedio alla posizione dominante, con punte persino di “monopolismo”, dei grandi player digitali.
C’è un vaso di Pandora, insomma, che potrebbe scoperchiarsi in virtù delle potenziali interconnessioni tra i vari ambiti. Si va da un inasprimento delle sanzioni penali in caso di violazione delle leggi antitrust, ad una maggiore tutela dei consumatori, alla perdita di tutti i profitti scaturiti da un comportamento non in linea con le specifiche regolamentazioni in materia di concorrenza.
Da qui a dire che i desiderata dei promotori si concretizzeranno in tutto o in parte ce ne vuole, anche perché Google & C. di sicuro affileranno le armi per opporsi ad ogni decisione loro contraria.
Nondimeno importante è tuttavia comprendere a lungo termine quanto questa vicenda possa essere condizionata dalle diverse sensibilità manifestate nei confronti dei Big Tech da democratici e repubblicani, soprattutto dopo gli strascichi delle ultime elezioni presidenziali che, relativamente ad alcuni social network, ha visto esclusioni (non solo quelle di Trump; anche in Italia abbiamo registrato qualche episodio) di utenti in base ai loro punti di vista o alla loro appartenenza partitica.
Di certo l’errore più grave sarebbe quello di analizzare questa vicenda come un unicum a stelle e strisce, quando invece apre in prospettiva valutazioni e orizzonti di più vasta portata, fino a coinvolgere il mondo nella sua globalità.
Qualche interrogativo scaturisce infatti di conseguenza: fino a che livello la politica può spingersi nel determinare orientamenti di mercato, limitando, se non vietando del tutto, operazioni societarie? Il ruolo delle varie authority è sempre così incisivo e tutelante degli interessi dei consumatori? È concretamente possibile la sussistenza di un virtuoso ed equilibrato sistema di contrappesi che contemperi allo stesso tempo gli interessi delle grandi aziende con quelli delle più piccole, anche in un’ottica di salvaguardia del personale coinvolto?
